Palantir tra i numeri da capogiro di Karp e la scommessa ribassista di Michael Burry

Palantir tra i numeri da capogiro di Karp e la scommessa ribassista di Michael Burry

Se diamo un’occhiata al tabellone del 30 aprile 2026, Palantir (PLTR) ha chiuso a 118,88 dollari, strappando un timido +1,42% in una seduta dai volumi quasi chirurgici (poco più di 32mila azioni scambiate per un controvalore che sfiora i 3,8 milioni). A prima vista sembrerebbe ordinaria amministrazione, ma basta allargare un po’ l’orizzonte per capire che il titolo sta navigando in acque decisamente turbolente. Da inizio anno ha bruciato oltre il 25% del suo valore, allontanandosi in modo drastico dalla media mobile a 200 giorni che veleggia indisturbata lassù, a quota 164,43. Solo qualche settimana fa si parlava di prezzi in area 138 dollari, prima che il mercato iniziasse a raffreddarsi palesemente, facendo registrare flessioni dell’8,9% in una sola settimana e del 30% nell’ultimo semestre. Ed è esattamente in questo scollamento tra un’azienda che stampa soldi e un mercato che ricalibra le aspettative che si sta giocando una delle partite a poker più affascinanti di Wall Street. Con un mazziere d’eccezione: Michael Burry.

Il grande short di Scion

Burry è corto su Palantir dall’autunno del 2025 e non sembra avere la minima intenzione di fare un passo indietro. Anzi, a giudicare da quanto scriveva sul suo Substack il 10 aprile scorso, non fa una piega. “Possiedo ancora le Put con strike 50 a scadenza giugno 2027 e le Put con strike 100 per dicembre 2026. E non ho intenzione di venderle oggi”, ha messo in chiaro, proprio mentre un inaspettato endorsement di Donald Trump su Truth Social provava a rianimare le quotazioni dopo una settimana da incubo. La posizione di Burry ha fatto rumore fin dal primo istante. Quando il modello 13F della sua Scion Asset Management ha rivelato un’esposizione nozionale ribassista tramite opzioni put di circa 912 milioni di dollari, in molti sono saltati sulla sedia. Un po’ perché Burry se ne stava silente da anni, un po’ perché ha deciso di puntare il dito contro il beniamino indiscusso dei trader retail. Il CEO di Palantir, Alex Karp, non l’aveva presa benissimo, liquidando la scommessa come “super strana” e “roba da matti”. Eppure, stando a quanto riportato da Yahoo Finance, quel trade di Burry starebbe viaggiando in attivo di circa il 35% rispetto all’ingresso nel terzo trimestre 2025.

Questione di prezzo, non di prodotto

L’impianto logico di Burry è unicamente una questione di valutazioni. In un’analisi fiume pubblicata a febbraio, ha stimato che il fair value dell’azienda si aggiri intorno ai 46 dollari per azione, con scenari che spaziano da 21 a 146 dollari a seconda di come si aggiustano i parametri. A pesare sul suo giudizio ci sono una storia contabile rimasta in rosso per troppo tempo, le pesantissime remunerazioni in azioni (stock-based compensation) e un modello di vendita che, a suo dire, è trainato da singoli mega-accordi più che da una crescita realmente organica e composta. Ad aprile ci è andato giù ancora più piatto, ribadendo che a suo avviso il valore fondamentale della società sta “ben al di sotto dei 50 dollari per azione”.

A guardare i multipli attuali, in effetti, viene il torcicollo. Palantir gira con un P/E trailing di 224, un P/E forward di 111 e un rapporto prezzo/vendite di 76. Sono numeri che non lasciano il minimo margine di errore. E, guarda caso, gli insider societari hanno iniziato ad alleggerire il portafoglio con una certa costanza per tutta la primavera. Peter Thiel, a inizio marzo, ha scaricato oltre 1,9 milioni di azioni incassando tra i 140 e i 147 dollari l’una. Anche se gran parte di questi movimenti sono pura meccanica legata ai piani di compensazione, restano i classici segnali che i venditori allo scoperto ci vanno a nozze a sbattere in faccia agli analisti.

I numeri che non ti aspetti (e che danno ragione a Karp)

Poi però si guarda cosa sta combinando l’azienda sul campo, e le cose cambiano prospettiva. La trimestrale del Q4 2025, comunicata il 2 febbraio, è stata il classico palcoscenico che Karp usa per farsi beffe dei suoi detrattori. Ricavi a 1,41 miliardi (+70% su base annua), spinti da un segmento commerciale USA letteralmente esploso del 137% e da contratti governativi cresciuti del 66%. Ma sono i margini ad aver davvero impressionato la piazza: un margine operativo GAAP al 41% e un utile netto di 608,68 milioni (un salto del 670% anno su anno). Il vero asso pigliatutto è stato il “Rule of 40” schizzato a quota 127%, praticamente tre volte quello che gli investitori nel settore software considerano eccellente.

Karp, con la sua consueta sobrietà, lo ha rimarcato subito: “Siamo un caso unico, un n=1, e questi numeri lo dimostrano. Palantir è sola nella scelta di concentrarsi esclusivamente sullo scalare la leva operativa resa possibile dai rapidi avanzamenti dei modelli di intelligenza artificiale. Noi lo chiamavamo ‘commodity cognition’ molto prima che gli altri iniziassero a ripeterlo a pappagallo”. E le guidance per il 2026 non abbassano il tiro: si stimano ricavi tra 7,18 e 7,20 miliardi di dollari (+61%) e un free cash flow che dovrebbe attestarsi in un range stellare tra 3,92 e 4,12 miliardi (nel 2025 era stato di 2,27 miliardi). Solo nel Q4, i nuovi contratti (TCV) hanno segnato un record di 4,26 miliardi, in crescita del 138%.

La vera battaglia si gioca qui. Da una parte c’è una macchina operativa che sembra non sbagliare un colpo; non a caso i trader su Polymarket danno l’81,5% di probabilità che Palantir batta di nuovo le stime nel primo trimestre, spaccandosi a metà solo sulla possibilità che superi la soglia psicologica dei 1000 clienti. La narrativa industriale funziona ed è solida. Dall’altra parte c’è una valutazione che pretende la perfezione assoluta su un orizzonte infinito, dove ogni minimo inciampo rischia di innescare una carneficina sul prezzo. È un tiro alla fune tra la forza bruta dei fondamentali e le leggi inesorabili della finanza, e Burry è seduto ad aspettare che l’elastico si spezzi.