I timori per le valutazioni ormai tirate e l’ansia per i ritorni effettivi sugli investimenti nei data center sembrano già un lontano ricordo. Dopo il pesante tonfo dell’8% registrato martedì dal listino PHLX dei semiconduttori, ci hanno pensato Micron Technology e Qualcomm a riaccendere la miccia, scatenando un rally after-hours capace di creare dal nulla oltre 400 miliardi di dollari di valore di mercato. Micron ha fatto da apripista con un violento balzo del 12%, forte di stime sugli utili che stracciano il consensus e confermano una fame insaziabile di memorie per l’infrastruttura AI. A ruota, Qualcomm ha messo sul piatto proiezioni a lungo termine di un certo peso: 15 miliardi di dollari di ricavi dai data center attesi entro il 2029. Un segnale inequivocabile della virata strategica della società, che cerca di smarcarsi dagli storici chip per smartphone per lanciarsi a capofitto sull’oro dell’intelligenza artificiale.
L’effetto domino sui listini è stato immediato e ha spazzato via in un colpo solo i dubbi di chi temeva che la bolla stesse per sgonfiarsi. Nomi storici dello storage come Western Digital e Seagate Technology, a cui si affianca SanDisk, hanno incassato strappi rialzisti superiori all’8%. Ma l’euforia ha contagiato l’intero comparto: Arm Holdings ha recuperato un buon 6%, seguita da Marvell a ridosso del +4% e Broadcom al +2%. Persino i veri e propri fornitori di “pale e picconi” per la corsa ai chip, ovvero i colossi dell’equipaggiamento come Applied Materials e ASML, hanno chiuso la giornata portando a casa rialzi oltre il 4%.
Questa scossa tellurica d’oltreoceano si è propagata inevitabilmente anche sul Vecchio Continente, trovando una perfetta cassa di risonanza a Milano nelle quotazioni di STMicroelectronics. Il titolo italo-francese, cavalcando l’onda lunga di questo superciclo tecnologico, vive un momento di espansione furiosa. Guardando alla seduta del 24 giugno 2026, STM ha scambiato oltre 3,3 milioni di pezzi per un controvalore che ha superato i 211 milioni di euro. L’apertura a 64,31 e il massimo di giornata a 64,89 dimostrano la tenuta di un’azione che viaggia in orbita su livelli impensabili fino a qualche tempo fa.
Stiamo parlando di una corazzata da oltre 63 miliardi di capitalizzazione che da inizio anno ha macinato un irreale +209,82%. Chi avesse avuto il fegato di comprare ai minimi storici di aprile 2025, in area 15,76 euro, si ritroverebbe oggi in portafoglio un asset che ha appena toccato il suo massimo di sempre a 70,86 euro lo scorso 22 giugno. Certo, una corsa del genere non è per stomaci deboli: la volatilità a un mese sfonda il 70%, ma la traiettoria di fondo resta un impressionante +182,63% su base annua e quasi il 160% negli ultimi tre mesi. La società, che proprio un paio di giorni fa ha staccato un modesto dividendo di 0,09 dollari, sembra letteralmente ignorare le vertigini da altitudine.
E guardando ai radar dei grandi broker, la sensazione è che i gestori stiano semplicemente assecondando l’inerzia del settore. Nelle prime settimane di giugno abbiamo assistito a una vera e propria rincorsa per alzare i target price: Bank of America ha fissato l’asticella a 86 euro con un “Buy” decisamente aggressivo, tallonata da UBS a 80 euro e dalla nostrana Equita a 76. Anche Deutsche Bank e Banca Akros (con un giudizio “Accumulate” a 73 euro) si accodano al sentiment di chiara espansione. Solo Goldman Sachs mantiene un approccio leggermente più abbottonato con un “Neutral”, pur avendo limato il target verso l’alto a 58 euro. Tra i colossi di Wall Street che scommettono miliardi sulle infrastrutture e i campioni europei che macinano record su record, il mercato continua imperterrito a prezzare un futuro in cui la potenza di calcolo è l’unica moneta sonante.